“Ora o mai più” così è nata Pastbook, oltreconfine

“Ora o mai più” Stefano Cutello ha cominciato così, con la sorella, a far nascere Pastbook. Hanno mollato tutto per andare in Olanda, ma adesso si vedono i risultati

Grass is always greener on the other side of the fence 600x400

Per qualcuno lasciare l’Italia può essere una scelta dolorosa. Stefano Cutello, che per lavorare alla sua Pastbook ha scelto l’Olanda, non sembra aver alcun tipo di rimpianto. Vive ad Amsterdam da poco più di un anno e non si è lasciato influenzare dal ripensamento del co-fondatore della startup, Giuseppe Priorello, che dopo il coraggioso trasferimento con tutta la famiglia è tornato in patria lo scorso giugno.

Anzi, a bordo della sua creatura ha portato la sorella, classe 1988, «che in Italia aveva un contratto a tempo indeterminato. Le ho detto: Vale, ora o mai più. Mi ha dato retta e adesso è il mio Coo. Mi ha raggiunto con il suo fidanzato, anche lui aveva un indeterminato e anche lui ha mollato tutto. Quando mio papà andrà in pensione mi raggiungerà anche lui», incalza divertito.

A cosa si deve tanta convinzione e soddisfazione per la nuova vita fuori dai nostri confini? Prima di tutto i risultati. Con Pastbook Cutello ha rastrellato 250mila dollari dopo l’ingresso nell’incubatore olandese Rockstar e questa settimana è stato foraggiato con una cifra che non può rivelare. «In totale, da quando abbiamo iniziato, abbiamo superato il mezzo milione di dollari» ci suggerisce, però. «In Italia abbiamo passato mesi e mesi a parlare con gli investitori senza ottenere niente» aggiunge. L’anno prossimo arriverà l’ultima iniezione di capitale, quella più importante. Ma non è una questione di soldi. Stefano descrive il contesto in cui si trova come una realtà in cui «si scommette sulle persone più che sull’idea. Di startup come la mia che si occupano di fotografie digitali ce ne sono un sacco». Rockstart e i contatti a stelle e strisce conosciuti durante i due viaggi in Silicon Valley degli ultimi mesi nella sua hanno visto qualcosa di potenzialmente interessante. Perché? La risposta c’è, ed è cristallina. Apparentemente Pastbook sembra la solita startup che cerca di fare soldi sul delirio da condivisione, di fotografie in questo caso, degli utenti. La piattaforma permette di collegarsi a tutti i social network, salvare le fotografie secondo i criteri preferiti e creare un libro con i propri ricordi. Detta così, niente di particolarmente dirompente, soprattutto se si considera che le community da milioni e milioni di profili, come Twitter o Facebook, hanno fatto e stanno facendo non poca fatica a far quadrare i conti e che il business della stampa delle fotografie non è esattamente il più florido e promettente del momento.

La particolarità di Pastbook sta proprio nell’aver individuato un modello di business che non dipende né dalle tasche degli utenti né dalla pubblicità. Alle altre realtà digitali si rivolge mettendo a disposizione le sue api, i codici che permettono di erogare il servizio di aggregazione dei ricordi fotografici, ma i maggiori riscontri arrivano dalle aziende che sono interessate a offrire un servizio del genere ai propri clienti. Società funerarie, su tutti. «È un po’ triste a spiegarsi, ma funziona così: quando viene a mancare una persona diamo la possibilità di creare un memorialbook raccogliendo i ricordi di amici e parenti». La società mette i suo marchio sul prodotto e decidere di dare il servizio gratuitamente ai suoi clienti, che partecipando alla raccolta degli scatti diventano ambasciatori dell’iniziativa. Funziona? Per ora sembra proprio di sì: «Abbiamo una decina di clienti in Europa e un paio negli Stati Uniti. La tariffa per le società parte da mille dollari al mese». Nel mirino di Pastbook anche le agenzie che organizzano i matrimoni. Oltre al finanziamento, l’altra novità di questi giorni è la piattaforma che permette di creare raccolte di ricordi comuni fra più utenti. Il comunicato che lo annuncia parla di una «delle più innovative startup dei Paesi Bassi». Il tricolore, quindi, è sempre più sbiadito.

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